Accostamenti eccellenti e un grande apprezzamento nelle parole che Barbara Santi dedica a Sandland in una meravigliosa recensione pubblicata sul numero 229 di Rumore, da pochi giorni in edicola:
Bravi, tanto da allontanare il paragone. Nonostante per il secondo album della compagine labronica passi la storia del rock colto d’oltreoceano e pure gran parte del beat-pop d’impronta Fab Four ripreso nel tempo dai più, il confronto si perde a favore di una scorpacciata di canzoni che lasciano senza fiato. Forse, restando in Italia, si potrebbe pensare al suono degli Yuppie Flu di Toast Masters, o a quello dei quasi conterranei Zen Circus della prima ora, ma sarebbe riduttivo perché le solarità, le aperture e la spensieratezza sono ben diverse dai primi e certe tensioni liriche lontane dagli altri. Ricordi nell’aria ma nulla è direttamente riconoscibile, ecco. Sandland scorre come acqua, poi si ferma dentro. Vero, diretto, onesto, libero da cliché, canoni o deus ex machina. Perciò è quando più divertente, quando più introverso, ma sempre intenso e credibile, considerando pure che è cantato in inglese. Il prossimo passo sarà tradurre tutto ciò in italiano?



